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Imprese. Come ti rovino un'impresa artigiana: una storia italiana

Che le leggi e le istituzioni abbiano ben poco a cuore le sorti delle piccole imprese -sebbene costituiscano il 95% della struttura imprenditoriale del nostro paese- è cosa nota. Ma se alla scarsa “sensibilità” si aggiungono ignoranza -leggasi incompetenza e imperizia- di qualche magistrato e...

Che le leggi e le istituzioni abbiano ben poco a cuore le sorti delle piccole imprese -sebbene costituiscano il 95% della struttura imprenditoriale  del nostro paese- è cosa nota. Ma se alla scarsa “sensibilità” si aggiungono ignoranza -leggasi  incompetenza e imperizia- di qualche magistrato e pratiche operative non proprio cristalline da parte di qualche grande impresa il cortocircuito è assicurato.

Nessun eccesso o facile demagogia. La storia è reale e ha come protagonista, suo malgrado, il titolare artigiano di un`impresa di Ancona iscritta alla CNA, regolarmente registrata alla locale Camera di Commercio come impresa artigiana unipersonale,con 8 dipendenti, in possesso di tutte le certificazioni, le abilitazioni e le qualifiche necessarie a lavorare a regola dell’arte.

L’impresa in questione, il cui titolare paga i contributi INPS come artigiano e che ai suoi dipendenti applica il CCNL meccanica dell’artigianato, incappa nel fallimento di una azienda per la quale aveva svolto dei lavori.

Il Giudice fallimentare del tribunale di Aversa, incaricato dell’esecuzione del fallimento di questa azienda, non riconosce alla nostra impresa in prima istanza la qualifica di impresa artigiana perché sia il suo fatturato (700.000 euro) che l’organico vengono reputati di “dimensioni” tali da indurre il giudice stesso a richiedere un supplemento di documentazione, per comprovare la qualifica di artigiano e quindi ammettere l’impresa anconetana tra i creditori privilegiati.

La documentazione che l’impresa deve produrre consiste - udite udite- nella consegna dei cespiti ammortizzabili, nell’elenco delle attrezzature esistenti e di una relazione dettagliata sui modi di utilizzo delle attrezzature stesse. Peccato che la produzione di tutta questa inutile documentazione faccia perdere all’imprenditore in questione tempo prezioso con il risultato che nel frattempo le condizioni finanziarie dell’impresa che vanta il credito si aggravano.

Come se non bastasse, la sventurata impresa incorre in un’altra disavventura, anche questa indipendente dalla sua volontà, nella quale molte piccole imprese sono solite imbattersi nel corso della loro attività; quella del “prendi i soldi e scappa”.

Eh sì. Perché alla grande impresa che si aggiudica l’appalto CONSIP per la gestione del calore del comune di Ancona fino al 2020, ne subentra nel 2015 un’altra che affida in subappalto alla nostra impresa la realizzazione dell’impianto di climatizzazione dell’edificio residenza del municipio di Ancona per un importo di 115.000 euro con inizio lavori fissato per settembre 2016.

Il primo stato di avanzamento lavori (18.000 euro) viene regolarmente saldato, mentre gli altri stati di avanzamento (marzo, aprile  e maggio 2017) non vengono pagati. Interviene allora il Comune di Ancona che delibera che i pagamenti degli stati di avanzamento vengano effettuati dal Comune stesso in quanto il subappalto era stato autorizzato .

I pagamenti non vengono però approvati in quanto viene accertato che l’azienda che è subentrata nell’appalto ha pendenze con Equitalia.  Nel frattempo, al Comune di Ancona l’azienda subentrata comunica di aver ceduto il ramo di azienda relativo alla gestione calore a un’altra impresa dello stesso gruppo e quest’ultima si dice disponibile a pagare solo il quinto stato di avanzamento, mentre per il pregresso, viene reso noto che l’azienda subentrata nell’appalto ha fatto richiesta di concordato. Il concordato, però, non è ancora accettato con la conseguenza che, qualora non venisse accettato, anche il pagamento del quinto stato di avanzamento potrebbe essere richiesto indietro e far parte dell’esecuzione fallimentare.

Quella che abbiamo raccontato è purtroppo una storia vera, peraltro non ancora conclusa, dai sapori kafkiani che è sciaguratamente comune a quella di migliaia di piccole imprese nel nostro paese per le quali la certezza del diritto, e dei propri diritti, è una sorta di chimera.

Prima di qualsiasi elezione la politica si rifà il trucco esaltando lo straordinario patrimonio costituito dalle piccole imprese del nostro paese salvo poi scordarsi, ad elezioni avvenute, di quanto sbandierato in campagna elettorale.

Peccato però che poi queste “disattenzioni” della politica impattino negativamente sia sull’operatività, se non sulla sopravvivenza stessa, delle piccole imprese e delle aziende artigiane e sia sulla considerazione, ormai purtroppo scarsa, che le PMI hanno della politica stessa. E per un paese che ancora annaspa nella crisi non è certamente un segnale positivo.